lunedì 31 gennaio 2011

Il cuore non ha punteggiatura.

Non esistono virgole, punti e virgole, due punti, punti fermi… Insomma: non esiste alcuna forma di punteggiatura. Niente di niente. Sto dicendo che abbiamo una serie di cuori sgrammaticati, cuori che non conoscono la sintassi? No…
I sentimenti non possono avere la punteggiatura. Sapete perché? Cercate sul vocabolario la parola “sentimento”; troverete come sinonimo “emozione”. E le emozioni sono talmente intense da essere confuse, agitate, mischiate, scompigliate. Sono come una serie di note sovrapposte, ma sono troppe, non si possono suonare tutte insieme! Bisognerebbe mettere qualche pausa qua e là, ma non sarebbe corretto perché se così facessimo perderebbero la loro bellezza, perderebbero la loro CONFUSIONE. Lo stesso vale per i sentimenti: se mettessimo segni sintattici perderebbero tutta la loro magia, dovuta appunto alla loro confusione.
CONFUSIONE.  Con. Fusione. Confusione. E’ la fusione di qualcosa, ma di che cosa?! Di parole? Possibile. Di gesti? Possibile. Di discorsi lasciati a metà? Possibile. Di amore?  Di sentimenti? Di emozioni? Di occhi del cuore? SI’…

La confusione è parte essenziale del cuore, e avete mai sentito parlare di una confusione ordinata (nel nostro caso da segni sintattici)? Io no. Le emozioni sono un’ unica cosa, costituiscono, infatti, un’ unica persona, un’ unica anima, un’ unico CUORE.
Il cuore non ha punteggiatura anche perché, spesso, non è concesso mettere fine ad un sentimento. Lo si vorrebbe, certo, ma esso continua a vivere dentro di noi e non è possibile mettervi un punto. No, non è possibile.
A volte, però, spegnere un sentimento è la scelta giusta da fare, per quanto possa essere doloroso…
Sylvie

martedì 18 gennaio 2011

Lasciare un segno.

La cosa più semplice che possiamo fare è camminare nella neve. Se ci giriamo indietro guardando la coltre bianca fino a poco prima immacolata, vediamo le nostre impronte. Sono nette e assolute, i segni inconfutabili del nostro passaggio. Siamo stati lì. Ci siamo perché c'eravamo. Esistiamo. Perfino camminando nell' acqua, anche se non lo vediamo, spostiamo qualcosa. Magari una piccola pietra che stava lì da anni, incastrata perfettamente dal tempo e dalle correnti. Non la seguiamo con gli occhi, ma la percepiamo con la sensibilità dei nostri piedi. Anche lì abbiamo modificato la realtà, abbiamo lasciato un segno, meno visibile che nella neve, ma altrettanto decisivo. E' il segno del nostro Esistere, del nostro Essere. Ci sono delle scienze che studiano i segni. Una su tutte, la più specifica, si chiama semiotica; perché il segno è, come già dicevano i filosofi mille anni or sono, "qualcosa che sta per qualcos' altro", aliquid stat pro aliquo.
Le scarpe. Le scarpe sono semplicemente moda? Boh. Ne abbiamo viste di ogni specie e colore, da quelle regolari marroni in pelle, a quelle da "ginnastica", sempre fiaccate per il troppo uso. Il viaggiatore passa e lascia un segno. Esisto. Ieri, un mese fa, un anno fa che sembra un secolo, ero qui. Loro, le scarpe, stanno a testimoniarlo.
A Berkeley ve ne sono decine appese di fronte alla più famosa università californiana. Scarpe. Un indumento quasi indispensabile della nostra quotidianità assurge a significare qualcosa: la scarpa testimonia l’ esistenza del proprio possessore che se ne libera per dire “Io c’ ero, sono passato di qui con tutto ciò che rappresento”. Ma se ne libera davvero? O quello è il miglior modo per inventare una vita, questa volta simbolica, ad un oggetto così personale?! Guardando quelle scarpe ci si chiede “Di chi erano i piedi che le indossavano? Quanta strada hanno percorso? Qual’ è il messaggio che voleva lasciarci colui o colei che ha lasciato quelle scarpe?” La creatività, soprattutto quella che nasce dal basso, ha la straordinaria forza di incuriosire chi non si rassegna alla routine, all’ abitudine. Quelle scarpe californiane sono tantissime cose insieme. Il segno del mondo che si rimpicciolisce, un incrocio di culture, un modo forse scanzonato di rompere le regole. Sono l’ inconscio desiderio di volare o più banalmente di comunicare. Soprattutto, sono la volontà di esserci. Io, per pur piccolo e insignificante possa essere rispetto alla grandezza del pianeta, sono passato di qui.
Magari non è poi così indispensabile lasciare le proprio scarpe a Berkeley. Ognuno faccia ciò che trova più divertente e originale. La cosa che ci piace davvero tanto è la voglia di esserci, di dire “Io esisto”. QUELLA, IN UN MONDO CHE DEVE CRESCERE, NON CE LA DOBBIAMO MAI FAR MANCARE.
[Smemo]
Sylvie

domenica 16 gennaio 2011

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Sylvie: Sylvie.

Sylvie: Sylvie.: "Carissimi lettori, eccomi a voi! Il  mio blog si chiama Sylvie, ovvero la versione francese del mio nome (Silvia). Per ora non voglio s..."

Sylvie.

Carissimi lettori, eccomi a voi! Il  mio blog si chiama Sylvie, ovvero la versione francese del mio nome (Silvia). Per ora non voglio svelarvi nulla di me; scoprirete le mie passioni, i miei "pensées les plus secrètes", le mie emozioni, e, perché no, i miei difetti cammin facendo...
Ho aperto questo blog principalmente perché mi piace molto scrivere; in secondo piano passa il mio desiderio di lasciare un segno.
A presto!
Sylvie